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Lino Tanci (detto Caio)

 

Cementava la pietra, dava un attento sguardo al muro crescente e, se necessario, anche da più angolazioni;  poi spostava l’attenzione al mucchio  dove il suo occhio esperto avrebbe individuato quella più adatta a seguitare l’opera.

Prendeva il sasso con la delicatezza che si riserva ad oggetti fragili, l’osservava girandolo tra le mani, e con lo scalpello iniziava a smussarne gli angoli perchè il filo a piombo, che accompagnava la crescita del muro, non segnalasse spigoli fuori posto..

Raramente assestava colpi fuori segno e quando capitava, accantonava la pietra, in attesa di uno spazio giusto che l’accogliesse.

Niente doveva essere di spreco.

Così Lino, conosciuto da tutti come “Caio,” ha passato ogni giorno della sua vita.

Il viso, dai tratti severi e spigolosi,colpiva soprattutto per un naso pronunciato la cui punta scendeva verso la bocca quasi a cercarne i  sorrisi.

Sì, perché dietro ad un aspetto arcigno e scostante, si nascondeva un desiderio continuo d’incontro con gli altri.

Era nel discorso che scoprivi il suo vero essere

Era nei suoi occhi, di un verde screziato e cangiante, che leggevi la gioia dell’incontro.

Volentieri allora parlava del suo lavoro, della sua vita di fatica ed anche della gioia di essere riuscito a viverla secondo le sue scelte.

Non mancava, in questi momenti di confidenze, di ricordare quanto importante era stata per lui la Natalina,compagna paziente di una vita.

Sui silenzi  opportuni della sua donna, s’erano sempre infrante ed assorbite le sue alzate di voce

Gliene fu sempre riconoscente, anche se non glielo disse mai.